Servizi web per la piccola impresa

Oggi mi è successa una cosa sconcentartemente divertente. La racconto allo stile del Persichetti di Enogea (così ne approfitto per salutare Alessandro Masnaghetti).

Impiegata: Direttore c’è al telefono quell’agenzia che ha chiamato ieri per presentarsi

biscomarketing: va bene me la passi pure

Signorina dell’agenzia:Buongiorno sono xxx dell’agenzia yyyy di zzzz (paese a circa 30 km dalla sede della mia azienda) e chiamavo per presentare i nostri servizi nel web. Noi facciamo siti internet ex novo, la manutenzione di quelli esistenti per sistemare quello che ogni tanto va messo a posto(il tono era assolutamente da discorso a memoria ed il ritmo non permetteva, neanche ad uno come me, di inserirsi o interrompere). Inoltre facciamo in modo che il suo sito appaia sempre tra i primi 4/5 nelle ricerche sul web ….

biscomarketing:Quindi fate del sio …

Signorina dell’agenzia::scusi non ho capito …

biscomarketing:sì dico del sio, Search Engine Optimization, oppurre fate ….(stavo per dire del sem, ma la signorina mi ha interrotto).

Signorina dell’agenzia::guardi su questo non posso risponderle, io sono solamente la persona che si occupa degli appuntamenti e siccome oggi un nostro incaricato è in zona …..

biscomarketing:ma, vede signorina noi un sito l’abbiamo già quindi al momento siamo coperti. Se vuole mi invii una presentazione (che poi non si dica che sono cattivo) ed eventualmente fissare un nuovo appuntamento non sarà un problema.

Signorina dell’agenzia::… non so, il nostro incaricato non è disponibile tutti i giorni …

biscomarketing:come vuole, però se non vi interessa neanche fare 30 km, allora può anche fare a meno di mandarmi la presentazione.

Signorina dell’agenzia:: va bene, qual’è la sua mail?

Il bello è che gliela ho anche data. La presentazioone però deve ancora arrivare.

Bare bones marketing 2

All’inizio dell’anno ho fatto un posto sul marketing all’osso o, in inglese, “bare bones” marketing (alla fine del post capirete perchè stavolta uso la terminologia inglese).

Non arrivava ad essere un concetto razionalizzato e formalizzato come quello del lusso inclusivo e nemmeno al livello di idea. Era più un’impressione, una sensazione a livello quasi inconscio (si lo so che avere “sensazioni” di marketing è preoccupante, ed in effetti ogni tanto mi preoccupo).

Non mi sono quindi preoccupato di pensarci in modo specifico, ma l’ho lasciata lì libera di maturare ed evolvere per conto suo. Ahimè però non è che abbia fatto grandi progressi, quindi l’altro giorno ho deciso di passare dalla teoria (inesistente) ai fatti (concreti per definizione) ed ho mandato a due buyers stranieri una mail di presentazion e dell’azienda senza la classica presentazione power point con luci, colori ed animazioni che rischiano di far perdere tempo e distrarre dal contenuto/messaggio.

Al suo posto ho allegato un documento word di una pagina che riportava le caratteristiche essenziali dell’azienda ed i conseguenti benefit nel valutarci come business partner . In realtà avrei voluta fare un testo più corto ed inserirlo nella mail invece che allegarlo (due click in meno), ma non ci sono riuscito. Ecco la dimostrazione che chi mi dice che mi sopravvaluto (talvolta) ha ragione.

Se funziona ve lo dico. Intanto godetevi Luois Amstrong bare necessity (se qualcuno mi insegna ad inserire i video in modo che si vedano anche nel post e non solo come link, lo ringrazio).

Perchè tutti vogliono George Clooney?!

Confesso che non sono mai stato un fautore dell’utilizzo dei testimonial nella pubblicità.
Un testimonial apporta sostanzialmente due vantaggi:
1. Aumenta la visibilità/attenzionalità della campagna (sempre).
2. Rafforza il posizionamento della marca/prodotto (nel caso in cui il suo percepito pubblico sia coerente con quello della marca/prodotto a cui è associato e/o che la sua presenza nella comunicazione sia funzionalmente inserita in una creatività che avrebbe comunque funzionato anche senza la sua presenza).

Ho sempre pensato che i soldi del compenso di un testimonial sia meglio spenderli aumentando la pressione della campagna (equivalente in parte al punto 1) e concentrarsi nel lavoro dell’agenzia per arrivare ad una comunicazione rilevante, aumentandone di conseguenza l’attenzioanlità e la capacità di rafforzare il posizionamento.

Questo anche per evitare i due rischi intrinseci all’uso di un testimonial:
3. Catalizzazione dell’attenzione del pubblico sul testimonial a detrimento della marca/prodotto.
4. Appiattimento creativo sulla presenza del testimonial, sviluppando la creatività sulle sue caratteristiche e non su quelle della marca/prodottorischi di rilassamento creativo che (quasi) automaticamente implica l’utilizzo del testimonial.

Fin qui la fisiologia. Volendo c’è anche la patologia/sfiga che il testimonial faccia o gli succeda qualcosa di inadeguato rispetto al posizionamento della marca/prodotto durante la campagna.

Credo che un eccellente esempio di cattivo uso del testimonial sia rappresentato dalle campagne delle compagnie di telefonia mobile, che, tra l’altro, un giorno mi spiegheranno perchè l’unico modo di comunicare l’uso dei telefonini sia entrando nel tunnel del divertimento (cfr. Caparezza). Divertimento che, volendo aprire un’altra parentesi, è cosa ben diversa dalla felicità, come ha ben capito la Coca Cola ed anzi potrebbe perfino essere antitetico (pensiero mio).

Tornando ai testimonial, come sempre nel marketing, disciplina analitica e non deterministica basata quindi più sui principi che su regole, ci sono anche esempi di grande efficacia.
uno l’ho vissuto in prima persona ed era la canzone “Lemon tree” nello spot del Limoncè. Non credo sia una caso l’assoluta coerenza tra testimonial, messaggioe e prodotto, nè il fatto che si sia trattato di un long seller, trasmesso ogni tanto ancora oggi a quasi 15 anni di distanza (probabilmente aiutato anche dalle campagne pubblicitarie). il fatto che l’attuale management Stock abbia deciso un paio di anni fa di non usarla più per il nuovo spot spiega tante cose, ma se continuo ad aprire parentesi questo post diventerà un labirinto in cui tutti si perderanno.

Un’altro esempio perfetto di utilizzo del testimonial sono state le prime due campagne Martini con George Clooney. Lo spot stava in piedi ugualmente, ma la presenza di Clooney dava immediatamente ed implicitamente, quindi con la massima efficacia, una dimensione di eleganza internazionale alla marca. La stessa delle precedenti campagne Martini (se il mio pubblico femminile sta sognando dall’inizio del post con il fascino di George, adesso il mio pubblico maschile è acceso dal ricordo di Charlize Theron che si alza e se ne va, incurante del vestito impligliato nella sedia).
In più lo slogan “No Martini non party”, con tanto di porta sbattuta in faccia, affermava una superiorità dalla marca anche rispetto ad una star di Hollywood. Chapeau alla creatività!

L’efficacia di quelle campagne ha creato un legame talmente forte tra Martini e Clooney che avrebbe dovute da dissuadere chiunque altro ad utilizzarlo come testimonial.

E invece l’altro giorno me lo sono trovato nello spot di Fastweb (c’era già da un po’, ma la prima serie mi erano sembrati spot di una banca), dopo averlo visto in quella di Nespresso (magari quella era una comunicazione mondiale), e prima della Fiat.

Allora ripeto la domanda del titolo: perchè? Possibile che a nessuna di queste aziende/agenzie venga il dubbio che la figura di Clooney non solo non sia in grado di differenziare il prodotto, ma anzi tenda ad indifferenzialo?.

Le agenzie sono davvero così a corto di idee e le aziende così cariche di soldi?

La pubblicità perfetta può essere sbagliata?

Perfetto target per la pubblicità radiofonica, da qualche settimana ce n’è una che mi ha colpito particolarmente, ma non ricordo di che prodotto si tratta.
Il motivo di questa contraddizione in termini è che è una pubblicità insopportabile e quando la sentivo all’inizio semplicemente mi distraevo, mentre da un po’ di giorni a questa parte zittisco proprio la radio.
Allora perchè il titolo di questo post? Perchè probabilmente la realizzazione è perfetta, sia tecnicamente che in termini di rispondenza al brief.
Si tratta infatti della pubblicità del deodorante per auto Ambipur car (l’ho scoperto cercandola su internet), nella quale l’agenzia Grey di milano è riuscita nella difficile operazione di rendere per radio il fastidio dei deodoranti per auto troppo intensi. Uno spot perfetto, soprattutto se si considera che comunica attraverso l’udito sensazioni che nella realtà sono olfattive. Con tutta probabilità questo era il risultato richiesto dal brief.
Proprio perchè riuscito nel suo obiettivo, nel mio caso è uno spot completamente inefficace perchè il fastidio mi porta a spegnere la radio.
Sono l’unico? Di sicuro nel web ho trovato un po’ di fans e nessuna critica.
Dopo tanti anni di lavoro ho perso il contatto con la normalità del consumatore?
Una volta ho letto da qualche parte che scrivendo un post è sbagliato chiedere la partecipazione dei lettori, ma in questo caso sarei proprio curioso di sentire la vostra.